Lettera del 22 Aprile 2020

22 Aprile 2020

Questa India ha rappresentato il viaggio-lavoro-soggiorno più difficile dopo l`esperienza Tsunami del 2004. Quando abbiamo deciso di tornare anticipando di circa un mese la data decisa a causa del virus era già troppo tardi, siamo riusciti a fare una prenotazione solo perché siamo un gruppo affiatato, chi al telefono chi al computer arrivando sempre ad ottenere Gli ultimi biglietti aerei liberi per un pelo, per poi però ricevere la lettera della compagnia aerea che annullava il volo per il giorno dopo. Così per giorni e giorni fino a che finalmente siamo partiti.

Trivandrum-Abu-Dhabi-Atene. Il giorno dopo Roma. Già le prime difficoltà aeroportuali non facevano presagire nulla di buono, ma insomma nonostante il Virus, le mascherine, Simone mio figlio che restava in India per la sua coscienza lavorativa, certo di tornare nel giro di poco,(è oggi in viaggio di ritorno), l’idea di tornare a casa ci rasserenava.

Arriviamo ad Atene, una notte di pernottamento e poi il giorno dopo Italia, invece NO!!! Poco prima del volo il solito DELETE e noi lì in 10 persone con mia nipote Athena di nove anni. Troviamo velocemente delle stanze in campagna non lontano dall’aeroporto e lì inizia un altro viaggio alla ricerca dell’aereo perduto. Telefonate, mail, attese, altre attese fino a che, dopo nove giorni, ci comunicano che verrà un volo Alitalia-Farnesina a prenderci. Così dopo aver preso 9 taxi per 10 persone, io e Athena insieme, torniamo in Italia e poi in Sardegna dove viviamo.

Ma, e qui si affaccia un MA grande come il cosmo, che cosa resta di tutta questa esperienza? Attese a parte, ansie e preoccupazioni per il contagio? Angosce ben alimentate dai mezzi di comunicazione? Che ne sarà di noi?

E che ne sarà dei poveri oggi più derelitti che mai? E perché ogni giorno assistiamo a situazioni violente, paradossali, prive, assolutamente prive di coscienza, di considerazioni, prive di compassione per gli altri. Quelli che soffrono più di noi, che sono più disperati di noi?

Che cosa ci insegna un evento del genere? Primo in assoluto che siamo tutti UNO, anche la pandemia ce l`ha dimostrato, è bene ora conoscere cosa ci ha portato fin qua, ma soprattutto darci una mano, considerarci e considerare ancora chi siamo e cosa siamo venuti a fare su questa terra. Probabilmente i bambini che poco si ammalano di questo virus, alcuni dei nostri bambini ce lo potranno dire, potranno raccontarci quanto abbiamo sbagliato e perché.

In India…

Siamo al nostro villaggio come al solito dediti per aiutare tutti. Il villaggio è fermo, il problema è quindi immenso, la povertà non dà spazio a nulla né alla speranza né ai sogni ovviamente, né a progetti né alla possibilità di farne o di pensare al FUTURO!!! Finchè la macchina sociale funziona anche i disperati hanno qualche speranza di farcela, fosse anche per l’elemosina, ma quando tutto è fermo non c`è più neppure una briciola per nessuno.

La miseria dei POVERI, sembra un gioco di parole è terrificante, la miseria dei POVERI è allucinante, attanaglia, non dà via di scampo se non attraverso l’aiuto di qualcun altro che li sostiene.

Noi cerchiamo di tirar fuori da situazioni senza via di scampo chi è veramente nei guai. Oggi è tutto estremo.

Cerchiamo quindi di portare innanzitutto la speranza e poi dove possiamo un sostegno per il cibo. Sia al villaggio che per tutta l’India affidandoci (fuori dalla nostra zona) a una ONG che ha aperto cucine per sostenere centinaia e migliaia di persone che vivono per la strada. Uomini, donne, bambini. O per altri che non hanno più il lavoro.

Chi vive per strada non ha proprio NULLA. Conosce solo la disperazione.

In Nepal …

Stessa cosa, come fa chi è chiuso a “casa”, (pochi hanno una casa) a pensare alla sopravvivenza?

Così oltre alla paura del contagio c`è l`estrema sensazione di non poterci fare nulla.

Dopo molti anni ho riconosciuto questa sensazione per empatia. E` come essere destinati alla morte in vita, questo cerchiamo di evitare ogni qualvolta possiamo.

In Italia…

Qui ci vogliamo occupare di chi non ce la fa, come altrove, in qualche modo è più difficile operare qui, la burocrazia distrugge ogni possibilità, ma la fratellanza no, quella può aiutare. Vogliamo “adottare” persone in difficile condizioni

perché hanno perso il lavoro o non possono più far conto sulle scuole, gli asili, i sostegni ai malati nelle case, anziani soli, mamme sole, disperati soli. Sono tanti e come sempre le piccole flebili voci della disperazione non si sentono.

Temo che molti avranno crisi o crolli della loro psiche, perché la pandemia oltre che relativa al virus lo è anche per la PAURA.

Allego la lettera di mio figlio Simone sulla situazione indiana, spero nel vostro sostegno oggi più che mai.

Con il cuore vi ringrazio infinitamente.

 

La Fondatrice

Valeria Viola Padovani

 

 

India – Aprile 2020

Stiamo assistendo alla Storia. In qualunque angolo del globo ci troviamo, la nostra vita è stata colpita, fisicamente, tecnicamente e/o emotivamente dalla pandemia.

Questa emergenza ha tolto tanti veli e fatto cadere tante sicurezze. Ha colpito le nostre abitudini, i nostri modelli operativi, le nostre economie, i nostri vizi.

Il mio pensiero va soprattutto alle donne vittime di violenza, agli anziani nelle case di cura, ai detenuti, agli immigrati, agli operai. Perché il lockdown non è democratico, il “social distancing” non è uguale per tutti e ogni giorno noto una sfumatura di questo concetto …allora mi spiego…

Cerco di astenermi dalla pandemia mediatica, quella in cui devi stare attento a quello che leggi, a quello che dici, a quello che posti perché potrebbe essere vero, non vero, confonde in un momento di confusione. Perciò mi astengo.

Ma parlo con i miei amici e ci raccontiamo i nostri lockdown.

A Delhi migliaia di immigrati si sono incamminati verso le loro case, distanti centinaia di chilometri. Si sono ammassati alle stazioni dell’autobus, ai confini degli Stati, con l’unico obiettivo di tornare a casa. Per amore della famiglia? Anche. Ma soprattutto perché il loro vivere in condizioni pietose e accettare condizioni lavorative pessime è giustificato solo dalla paga quotidiana. Non c’è quella, non posso restare, non posso spendere. Torno a casa. A piedi.

Semplice, primitivo.

I pescatori, come nel nostro villaggio di Vizhinjam, non vanno in mare, non hanno nessun introito, sono costretti in piccole case che ardono sotto il sole che batte sulle lamiere. Non c’è una finestra, un viale, un giardino, una Playstation, un condizionatore, neanche il bagno in casa. Neanche un negozio. C’è il nulla. Puoi riparare le reti mentre boccheggi come un pesciolino rosso e lobotomizzarti davanti ai film tutti baffi e melodramma.

Peggio ancora nelle baraccopoli di Bombay.

Questo mi rimette in ordine le priorità, mi ricorda il mio essere umano.

Ieri mi ha chiamato la mia amica Nina. Si stava avventurando all’ipermercato in cerca di frutta e verdura fresca. Mi ha chiesto se avevo bisogno di qualcosa. Ho pensato ad una frase scritta su una mia vecchia maglietta: “Acts of kindness are contagious”. È vero, anche i gesti di gentilezza sono contagiosi.

Allora ho preparato per lei ed un altro amico una bustina di cose importanti per me, ma soprattutto che parlavamo di me: un po’ di olio d’oliva italiano, un pezzetto di parmigiano, della cioccolata italiana. Cose importanti per chi vive così lontano da casa, ma che così assumono importanza esponenziale.

Mi guardo intorno, sono in un campus universitario. Solo, si. Con un po’ di verde per correre. Poi ho delle nozioni, conosco delle cose, devo solo combattere la mia pigrizia. Posso scrivere, posso fare yoga, posso prepararmi a quando tutto riprenderà e dovremo avere il coraggio di non dimenticare. Amare è quello che ci rende unici. Donare un sorriso, una sportina, una carezza in un momento di così tanta insicurezza. Condividiamo tutto, gioie e dolori. Noia e risate. È l’unico modo che abbiamo perché non siano di nuovo i Soliti Noti, alla fine dell’emergenza, a godere delle opportunità che ogni calamità, per sua natura, porterà.

Simone

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